Queste pubblicità sul cibo vi faranno arrabbiare molto — e non è un’esagerazione.
Preparati a stringere i denti. Abbiamo raccolto alcune delle réclame alimentari più assurde, sessiste e scientificamente discutibili mai apparse su giornali e televisioni. Messaggi che oggi farebbero scattare un’ondata di indignazione sui social in pochi minuti, ma che decenni fa venivano considerati del tutto normali. Curiosità? Sdegno? Probabilmente entrambi. Continua a leggere.
Perché queste pubblicità sul cibo fanno ancora così arrabbiare
Il cibo e la pubblicità vanno a braccetto dai tempi dei tempi. Nel corso della storia italiana e non, i prodotti alimentari hanno sempre avuto una rilevanza fortissima nel settore pubblicitario: già a partire dalla fine degli anni ’40 l’industria alimentare aveva segnato la linea di partenza verso un vero e proprio boom economico, concentratosi soprattutto tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’80.
Quello che però ancora non esisteva a metà del Novecento era la ricerca scientifica moderna, di cui disponiamo grazie a strumenti sempre più avanzati. Questo ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere ciò che mangiamo, come ci alimentiamo e soprattutto cosa mettiamo nel carrello della spesa. Oggi sappiamo che olio di palma, grassi idrogenati, conservanti e zuccheri aggiunti possono ledere il nostro benessere — e adattiamo le nostre scelte di conseguenza.
Una società (finalmente) diversa
Queste vecchie pubblicità che abbiamo trovato sono esattamente l’opposto di quello che promuoviamo oggi, a dimostrazione di come modernità, tecnologia e medicina abbiano mutato totalmente le nostre abitudini alimentari. E non solo: per fortuna anche molti dogmi radicati nella società di 50 anni fa non esistono più, anzi sono oggetto di lotte e rivalsa da parte dei diretti interessati — prime tra tutte le donne e il loro ruolo nella società.
Date un occhio (senza scandalizzarvi troppo… o forse sì).
Tranquilla tesoro, non hai bruciato la birra
Un classico esempio di pubblicità sul cibo che fa arrabbiare: la donna rassicurata dal marito perché non ha rovinato una bevanda. Il messaggio implicito — che lei sia in cucina per definizione e lui il giudice supremo — oggi farebbe alzare più di un sopracciglio.

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La carne di maiale che fa bene
Sì, hai letto bene. C’è stato un tempo in cui la pubblicità alimentare promuoveva la carne di maiale come alimento salutare, senza alcuna distinzione tra tagli magri e grassi saturi. Oggi i nutrizionisti avrebbero qualcosa da ridire.
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Il marito felice grazie alla trippa in scatola
La felicità coniugale misurata in scatolette di trippa. Una pubblicità sul cibo che fa arrabbiare non solo per il prodotto in sé, ma per il messaggio di fondo: la moglie perfetta è quella che tiene il marito sazio e contento. Punto.

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La Coca Cola che fa bene
Zucchero, coloranti e anidride carbonica presentati come toccasana per la salute. Le pubblicità alimentari ingannevoli di questo tipo sarebbero oggi bloccate dall’Antitrust in pochi giorni. Eppure per decenni hanno convinto intere generazioni.

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La planetaria ti cucina tutto, basta che la moglie stia al suo posto
Un elettrodomestico venduto non come strumento di libertà, ma come modo per rendere la donna ancora più efficiente nel suo ruolo domestico. Il sottotesto è chiarissimo — e chiarissimamente sbagliato. Tra le pubblicità sul cibo che fanno arrabbiare, questa è probabilmente la più emblematica del sessismo dell’epoca.

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Bambini e birra
Eccoci al punto di non ritorno. Pubblicità che associano la birra ai bambini — sia come protagonisti degli spot, sia come destinatari impliciti del messaggio — oggi sarebbero impensabili. Eppure esistevano, e venivano pubblicate senza battere ciglio.

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Un giovane Renzo Arbore che si mantiene in linea
Anche i volti noti della televisione italiana non erano immuni dal prestare la propria immagine a pubblicità alimentari quantomeno discutibili. Renzo Arbore, simbolo di simpatia e leggerezza, qui diventa testimonial di un prodotto con claim nutrizionali che oggi farebbero sorridere — o inorridire, a seconda dei punti di vista.


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Cosa ci insegnano queste pubblicità sul cibo (a parte la rabbia)
Guardare queste réclame con gli occhi di oggi è un esercizio utile, non solo per indignarsi. Ci ricorda quanto velocemente cambiano le norme sociali e scientifiche, e quanto sia importante leggere criticamente i messaggi pubblicitari — anche quelli di oggi. Perché se tra qualche decennio qualcuno guarderà le pubblicità alimentari del 2026, chissà cosa troverà da ridire.
La buona notizia? Siamo molto più consapevoli. La ricerca nutrizionale avanza, la sensibilità di genere cresce, e i consumatori — tu compreso — sono sempre più attrezzati per smontare le bugie del marketing alimentare.
FAQ: pubblicità sul cibo che fanno arrabbiare
Perché le vecchie pubblicità alimentari erano così ingannevoli?
Perché mancavano regolamentazioni stringenti e la ricerca scientifica sull’alimentazione era ancora agli albori. Le aziende potevano vantare benefici per la salute senza doverli dimostrare con dati concreti.
Le pubblicità alimentari sessiste esistono ancora oggi?
In forma molto più sottile, sì. Anche se i casi più espliciti sono scomparsi grazie a normative più severe e a una maggiore pressione sociale, alcuni stereotipi di genere continuano a filtrare nella comunicazione pubblicitaria legata al cibo.
Come riconoscere una pubblicità alimentare ingannevole?
Diffida di claim come “naturale”, “leggero” o “fa bene” senza ulteriori specifiche. Controlla sempre l’etichetta nutrizionale e, in caso di dubbio, consulta fonti scientifiche indipendenti piuttosto che affidarti allo spot.
Esistono regole sulle pubblicità alimentari in Italia?
Sì. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) e le direttive europee regolano i claim nutrizionali e di salute. Le pubblicità non possono attribuire a un alimento proprietà terapeutiche o benefici non dimostrati scientificamente.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








