Food
di Marco Giarratana 7 Ottobre 2015

Ho mangiato da Domino’s Pizza a Milano e non ho dovuto ordinare il dolce

Due giorni fa ha aperto a Milano il primo ristorante della catena statunitense e noi ci siamo fiondati a provarlo

domino-copertina  Il momento cruciale

 

Il primo Domino’s Pizza d’Italia è sbarcato a Milano lunedì 5 ottobre. Il secondo colosso americano di pizze da asporto mette la mano nella vasca dei piranha prima del concorrente Pizza Hut e tenta l’impresa impossibile: vendere pizza agli italiani.

In veste di ispettore papillo-gustativo mi sono autoimpacchettato e spedito la sera dopo l’inaugurazione, per vedere un po’ cosa hanno da dirmi gli americani sulla pizza.

Il locale si trova a breve distanza dalla fermata Bisceglie, uno dei due capolinea della biforcazione della linea M1 della metro milanese. Non una zona rinomata per la movida, ma una periferia a tratti un po’ desolante per il primo di tre punti vendita che Domino’s dovrebbe aprire a Milano entro Natale.

Mi aspettavo file e ressa e urla In compagnia di due amici entro in un ambiente senza fronzoli, un take away senza arte né parte con pareti bianche dalle intermittenze color sughero, 2 tavoli con un fianco sulle vetrine che danno sull’esterno, un altro in fondo alla saletta e uno ancora al confine con l’area di lavoro dei pizzaioli. Mi aspettavo file e ressa e urla e non-spingete-per-favore e invece il locale è semi deserto, neanche una decina di persone, forse anche per l’orario, sono quasi le 22.

 

domino-gente  Non c’è la ressa che avevo immaginato

 

La signorina in divisa nera alla cassa è solerte e mi spiega come ordinare. Il menu non riserva grandi sorprese e sventola a destra e manca Ingredienti Di Qualità (prosciutto crudo di Parma, Grana Padana e Gorgonzola DOP), le pizze sono in versione tipicamente italiana (margherita, capricciosa, diavola, quattro stagioni) ma ci sono anche i cavalli di battaglia statunitensi, tra cui quella con crudo e ananas. Io voglio un’Extravaganza che è un vagone di roba: pomodoro, mozzarella, wurstel, salame piccante, cipolla, funghi, olive, peperoni. Eh, se devo testarla, voglio metterla alla prova ‘sta pizza. Ordino lasciando il mio nome.

I miei amici prendono rispettivamente una Crudo e una Diavola, mettiamo il carico con tre birre da 33 cl in lattina (Moretti) e dei bocconcini di pane al Grana. Totale della faccenda: 24.30 € (le birre in sconto). Si può fare. Ci accomodiamo, alle nostre spalle uno schermo “traccia” le pizze: c’è il nome del cliente, lo stato (se è in forno o meno) e il tempo mancante. Dopo un quarto d’ora arriva tutto, serrato nei rispettivi box.

 

5 Dominos - Extravaganza  La pizza Extravaganza

 

Il primo triangolo fila via liscio Alla vista la mia pizza sembra simpatica. La Crudo però non ha una faccia allegra, c’è una sola fetta di prosciutto divisa per l’intera superficie, un lembo a spicchio: ok che il Prosciutto di Parma costa, ma la pizza è da 7 euro, tanto quanto quella dell’egiziano sotto casa, parcheggiategliela qualche fetta in più. Procedo con l’assaggio. Il primo triangolo fila via liscio: la pasta è morbida, il cornicione non eccessivo e soffice, la base sotto è imbrunita al punto giusto. Ok, il forno sarà anche elettrico, ma l’avete settato bene.

 

8-Dominos---Sezione-pizza  In sezione

 

Ma è al secondo triangolo che la pizza di Domino’s svela sua identità. Un invadente sapore dolce monopolizza la mia bocca annientando gli altri ingredienti, che i miei ricettori non intercettano neanche col binocolo. Viene dalla salsa di pomodoro, bombata di zucchero come non mai. A ricordarmi che sto mangiando qualcosa di presumibilmente salato ci pensa il pizzico di affumicatura del salame (o del wurstel, non lo capisco) che si affaccia qua e la. La mozzarella non fila, c’è qualche ombra di rondella di oliva, hey-peperone-dove-vai-resta-qui. Il dolce persiste in bocca anche dopo aver finito per almeno un quarto d’ora e temo che il mio tasso glicemico abbia superato di qualche spanna il livello massimo stabilito dall’OMS. Addento anche quella degli amici al mio seguito, l’andazzo è tale e quale.

 

10 Bocconcini pane  I dimenticabili bocconcini di pane

 

I bocconcini di pane non sono altro che tocchetti di pizza infornati, unti con un po’ d’olio, spolveratina di Grana e origano e tanti saluti. Tristi e dimenticabili.

Un manager ammeregano in camicia a maniche corte si aggira nell’area di lavoro supervisionando il processo, che è in serie come nel migliore dei sistemi fordisti contemporanei. Un paio di ragazzi dello staff si premura di chiederci com’era la pizza. Io non parlo perché da ispettore palatale sto prendendo appunti, risponde il mio amico grafico che poi mi fa notare come Domino’s non risparmi sulle spese: i box pizza sono stampati in quattro colori e il biglietto da visita è a calamita, tutta roba che ha i suoi costi.

Porgiamo cordiali saluti e guadagniamo l’uscita.

 

1 Dominos - esterno  Il ristorante dall’esterno

 

Sotto la flebile pioggerellina di questo mesto martedì sera rifletto su come la pizza di Domino’s rientri perfettamente nel sistema di gusto americano che non contempla nulla al di fuori del dolce e del salato addolcito. Non vedo perché dovrei mangiare una pizza dal sapore piatto e indistinto che è una pessima replica di quella italiana. Sventolare l’uso di Ingredienti Di Qualità è uno specchietto per le allodole (ma non avevo dubbi), la verità è che un prodotto del genere può essere l’eldorado gastronomico solo per teenager privi di educazione alimentare, l’ennesimo grande brand che concorre all’analfabetizzazione palatale delle masse, come se ce ne fosse il bisogno. Insomma, rispedisco volentieri al mittente.

P.S.: la cartina tornasole di una buona pizza è la fase digestiva. Sto digitando queste parole a un’ora e mezza dalla degustazione e ho già trangugiato 5 bicchieri d’acqua, per la prima mezz’ora ho avuto una scarica di calore corporeo da manuale e non mi sento affatto leggero. L’infuso di semi di finocchio che ho appena preparato mi salverà, ne sono certo.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Roberta Maddalena Artist, creativity trainer Roberta Maddalena nasce a Giussano nel 1981.Vive e lavora a Milano. Laureata in Design per la Comunicazione al Politecnico di Milano, si specializza in parallelo all’università in Incisione Calcografica, e successivamente in cultura tipografica e Type Design. Segue studi musicali, specializzandosi in vocalità extraeuropee ed ergonomia vocale, sviluppando profondo interesse per l’etnomusicologia, in particolare per l’Asia, esperienza che la porterà ad avvicinarsi a calligrafia orientale e danza contemporanea. Da questi percorsi nascono nel 2013 le sue performance a inchiostro, esperienze fondate sulla relazione segno-corpo, e disegni e dipinti in cui forme e colori evocano la realtà universalmente percepibile e conosciuta, ma ne svelano l’aspetto più mistico e intimo. Sempre nel 2013, dopo sei anni di attività come illustratrice, nascono progetti di creativity training rivolti a privati e aziende: workshop in cui i partecipanti sono guidati nello sviluppo della propria creatività fuori dal quotidiano, per sviluppare capacità di osservazione e movimento, applicabili nella vita come nella professione. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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  Giulia Bersani, fotografa. Classe 1992, vive a Milano. Fotografie scattate al MI AMI festival 2016 Formato: 21x15 cm Numero Pagine: 48 (+4 copertina) Edizione limitata 100 copie numerate, titolate e firmate dall'autore "Mi piace osservare come musica e buio tirino fuori il lato più istintivo delle persone. Si perde un pò di autocontrollo e ci si lascia guidare dalle proprie emozioni. Io mi sono lasciata libera di inseguire quello che istintivamente mi attraeva, così ho trovato baci, voglia di vivere e colori." (Giulia Bersani)  
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