Polemica
di Chiara Lauretani 5 novembre 2018

Abbiamo veramente bisogno di mettere l’anice ovunque?

L’anice o lo si ama o lo si odia; o è sì o è no. E’ come un referendum.

Anice

Nuova settimana, nuova polemica.

A finire nel nostro mirino per essere messo sotto torchio, questa volta c’è l’anice. Il termine anice è piuttosto generico, queste piante in realtà non hanno nessun tipo di parentela botanica ma vengono accomunate tra di loro per il loro sapore e i loro semi; esistono infatti diversi tipi di anice come quello stellato, quello verde e quello pepato.

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Grazie a queste varie tipologie di anice sono nati tanti alimenti e bevande diverse tra loro che fanno parte della tradizione culinaria mondiale; prima tra tutti basti pensare alla sambuca, o alle varie torte, biscotti e panpepati, ma anche in forma liquorosa come nell’Ouzo greco o nel Pastis francese.

Sì o no?

Una cosa è certa: l’anice o lo si ama o lo so odia. Il suo sapore praticamente inconfondibile lo caratterizza in maniera molto decisa, tanto da renderlo riconoscibilissimo e (molto spesso) decisamente invadente. Quanti di voi non bevono più sambuca dopo una festa a base di alcool finita male? Quanti di voi storcono il naso una volta addentato un croccante biscotto che si rivela essere pieno zeppo di anice? Oppure quanti di voi al ristorante rinunciano a quel piatto tanto buono alla carta solo ed esclusivamente perché non è possibile averlo in versione no-anice? Quanti di voi ripongono sullo scaffale del supermercato quella tisana che sembrava tanto perfetta per lo sgonfia pancia, ma, ahimè, conteneva anche l’anice? Oppure quando andate dagli amici a cena e per fare gli splendidi vi servono un piatto di spaghetti con pesce ed anice ed è subito scatolone delle “amicizia finite”?

Il suo sapore a metà tra la menta e i semi di finocchio ha la capacità di disgustare o al contrario esaltare le papille gustative; la cosa peggiore è che l’anice è talmente versatile che potrebbe effettivamente nascondersi ovunque, sotto qualsiasi forma. E’ come una presenza spirituale, c’è ma non si vede, o peggio ancora, è come quando apri l’uovo di Pasqua e come sorpresa ti ritrovi il portachiavi dello scorso anno: una cocente delusione mista a rabbia incontrollata. L’anice è peggio di un referendum.

Grazie anice, ma a volte anche no. 

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